lunedì 2 dicembre 2019

Una vita da monaco...

"Sì", rispose Delogu, "ma io sono un vizioso. Tu, invece, fai la vita di un monaco! Come fai, dico, qualche volta non vorresti spassartela alla grande? Giusto per lavarti via la tensione!"

Devias non rispose immediatamente. La sua mente fu attraversata da numerosi episodi della sua vita romana. Mai ubriaco, nessuna droga che non fosse prescritta dal medico (per alcune settimane aveva assunto oppiacei, per combattere un forte dolore alla schiena), alcune donne ma una sola storia vera: Benedetta. Aveva visto i suoi colleghi abbandonarsi ai vizi, righe di cocaina nei bagni della Camera, pillole antistress, pillole per mangiare, pillole per dormire, pillole per dimagrire e poi feste, escort, abiti costosi, visi tumefatti, ancora sconvolti dalle loro notti da leoni. In tanti avevano adottato lo stile di vita di un dittatore africano.

Devias, in aula, aveva il cervello che andava a mille. Dormiva bene, mangiava regolarmente, sempre pronto ad elaborare strategie, capire i movimenti sotterranei di correnti politiche ed oscure alleanze, fingere di leggere il giornale ed ascoltare qualsiasi conversazione, soprattutto quelle dei compagni di partito. Grazie alla sua presenza mentale anticipava tutti, soppesava ossessivamente gli onorevoli, annotava i loro incontri, a chi stringevano la mano, anche il modo con cui lo facevano (se osservate con cognizione di causa, le stesse potevano rivelare la comune appartenenza a correnti trasversali).

Se, da parte di qualcuno, constatava movimenti sospetti, attendeva che questo si recasse nelle regali toilette della Camera, dunque si faceva trovare con una posa studiata, sempre la stessa: spalle poggiate al muro, braccia incrociate, sguardo fisso negli occhi dell’altro. Quindi faceva avvicinare il sospetto, gli poggiava una mano sulla spalla (la sua altezza gli consentiva, spesso, di metterli in una psicologica condizione d’inferiorità) e gli ricordava i vari ordini del giorno da votare, e sopratutto ricordava loro il grande, lo spropositato archivio del Partito, perché tutta la loro vita era confinata in un fascicolo. Non lo faceva direttamente, parlava di questa spropositata mole di dati con noncuranza, talvolta guardando verso lo specchio, come se intendesse ipnotizzare se stesso. Tuttavia ognuno di quei signori, con la coscienza più o meno sporca, sapevano di cosa stava parlando.

Per queste sue qualità, ma non solo, il segretario gli aveva affidato il vitale compito di vagliare il tesseramento. Ogni sera Devias si sedeva dinanzi al computer per esaminare le tessere delle diverse Federazioni (la diramazione provinciale del partito), talvolta addirittura delle singole sezioni (la sezione, invece, era l’ultima diramazione, che poteva raccogliere i tesserati di un paese, o di un quartiere metropolitano). Naturalmente sapeva quali sostenevano la sua corrente di maggioranza, e quali appoggiavano le minoranze. Quando notava un brusco aumento delle tessere della minoranza, agiva con fermezza e decisione. A qualsiasi ora (anche nel cuore della notte) contattava il segretario della Federazione di riferimento, imponendogli di sistemare la situazione. Non i bei discorsi, non le proposte di legge: numeri, solo e soltanto numeri: nelle logiche del partito quelli erano la chiave del potere.

Brano tratto da “La voce del padrone” di Vincenzo Maria D’Ascanio, “Sa babbaiola Edizioni”.